Lo cunto de li cunti…overo…lo trattenemiento de peccerille

 

Molti miei compaesani al nome di Giovan Battista Basile…subito penserebbero al costruttore della principale scuola media inferiore del paese che reca il suo nome…scuola più paragonabile ad un carcere che ad altro…posta nelle vicinanze del maggiore ritrovo per drogati della città…e poco importa che i bambini per recarsi alle lezioni debbano fare lo slalom fra siringhe e tossici stesi a terra privi di sensi…scuola che per tre anni ha dovuto sopportare anche la mia presenza…e sapesse quante maledizioni ho inviato a quel Gian Battista Basile…che nell’immaginario di un bambino poco più che decenne…era colui a causa del quale ero costretto ad alzarmi presto la mattina e a seguire noiosissime lezioni in quattro mura fetide…ebbene crescendo…ho capito che forse…quel nome non era solo un nome scritto a caratteri cubitali(per di più abbreviato) sulla facciata di un edificio fatiscente…ma forse a quel nome era associato una persona importante..un V.I.P. quindi man man ho provato a saperne di più…beh per dirla in breve sapevate che Giovan Battista Basile è il papà letterario di Cenerentola?…non ci credete?…ebbene abbiate la pazienza di leggere l’intero post…e lo scoprirete.

Giambattista Basile nasce secondo Benedetto Croce a Napoli nel 1575…secondo altri a Giugliano nel 1566…e muore proprio a Giugliano nel 1632…Da giovane fu soldato mercenario al servizio della Repubblica di Venezia (La Serenissima)…In questo periodo frequenta una società letteraria, l’Accademia degli Stravaganti. Nel 1611 insieme alla sorella Adriana, nota cantante dell’epoca, si trasferisce alla corte di Vincenzo Gonzaga a Mantova entrando a far parte dell’ Accademia degli Oziosi. Tornato a Napoli, fu governatore di vari feudi per conto di alcuni signori meridionali. Morì come detto nel 1632 nella città delle Mela Annurca.

La sua opera più famosa è scritta interamente in lingua napoletana e s’intitola: “Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille”(Il racconto dei racconti ovvero l’intrattenimento dei bambini) noto anche con il nome di “Pentamerone”. Il libro si ispira al Decamerone di Boccaccio  ma con alcune differenze: le giornate sono la metà (5 anziché 10) e ridotto alla metà è anche il numero delle novelle (50 anziché 100), i narratori sono dieci vecchiette caratterizzate da difetti fisici (Zeza è sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, ecc.). Più che novelle, le storie narrate da Basile sono fiabe tratte in genere dalla tradizione popolare che furono ben presto lette, tradotte, imitate e rielaborate dai più grandi autori europei tra cui: I Fratelli Grimm( eh si proprio loro…quelli del gatto con gli stivali, di Hansel e Gretel ecc ecc) e Charles Perrault (l’autore della cenerentola che tutti conoscono).

“L’Italia possiede nel Cunto de li Cunti del Basile, il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari.” Così Benedetto Croce definì il “Boccaccio Napoletano”, Giambattista Basile, definendolo altresì uno dei più grandi se non il più grande scirttore del 1600 italiano e mondiale.

Al giorno d’oggi la tomba di Giovan Battista Basile si trova nella chiesa di Santa Sofia a Giugliano…ma è praticamente dimenticata da tutti, nè un fiore, ne qualcuno che si fermi a dire una preghiera, nè qualcuno che sappia di chi stiamo parlando…per i giuglianesi Basile è quello della scuola media…per gli altri questo nome è addirittura sconosciuto…solo grazie all’artista napoletano Peppe Barra che ha fatto di alcune delle novelle di Basile dei suoi veri e propri cavalli di battaglia…lo cunto de li cunti prova a farsi conoscere…ma sempre in maniera indiretta…e un domani le persone ricorderanno Peppe Barra ma non sicuramente Giambattista Basile…che resterà per sempre quello della scuola media.

Ed ecco a voi la veria storia di Cenerentola…o meglio di Gatta Cenerentola…ve la posto sia in lingua originale che tradotta…spero vivamente che troviate 10 minuti di tempo per leggerla tutta…perlomeno in Italiano…

 

LA GATTA CENERENTOLA

Sappiate dunque che c’era una volta un principe vedovo, che aveva una figliola così cara che non ci vedeva per altri occhi; per lei teneva una maestra di prim’ordine, che le insegnava le catenelle, il punto Venezia, le frange e il punto a giorno, mostrandole tanto affetto che non bastano le parole a dirlo. Ma, essendosi sposato da poco il padre e pigliata una focosa malvagia e indiavolata, questa maledetta femmina cominciò ad avere in disgusto la figliastra, facendole cere brusche, facce storte, occhiate accigliate da spaventarla, tanto che la povera ragazza si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti che le faceva la matrigna, dicendole: “O dio, e non potessi essere tu la mammarella mia, che mi fai tanti vezzi e carezze?”
E tanto continuò a ripetere questa cantilena che, messole un vespone nell’orecchio, accecata dal diavolo, una volta la maestra le disse: “Se farai come ti dice questa testa pazza, io ti sarò mamma e tu mi sarai cara come le ciliegine di questi occhi”.
Voleva continuare a parlare, quando Zezolla (che così si chiamava la ragazza) disse: “Perdonami, se ti spezzo la parola in bocca. Io so che mi vuoi bene, perciò zitto e sufficit: insegnami l’arte, perché io vengo dalla campagna, tu scrivi io firmo”
“Orsù” replicò la maestra, “senti bene, apri le orecchie e il pane ti verrà bianco come i fiori. Appena tuo padre esce, dì alla tua matrigna che vuoi un vestito di quelli vecchi che stanno dentro la grande cassapanca nel ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Lei, che ti vuol vedere tutta pezze e stracci, aprirà il cassone e dirà: ‘Tieni il coperchio’ E tu, tenendolo, mentre andrà rovistando dentro, lascialo cadere di colpo, così si romperà l’osso del collo. Fatto ciò, tu sai che tuo padre farebbe monete false per accontentarti e tu, quando ti accarezza, pregalo di prendermi per moglie, perché (beata a te!) sarai la padrona della vita mia”
Sentito questo a Zezolla ogni ora parve mille anni e, messo in opera per filo e per segno il consiglio della maestra, dopo che passò il tempo del lutto per la disgrazia della matrigna, cominciò a toccare i tasti del padre, perché si sposasse con la maestra. Da principio il principe la prese in burla; ma la figlia tanto tirò di piatto finché colpì di punta, perché alla fine il padre si piegò alle parole de Zezolla e, pigliatosi in moglie Carmosina, che era la maestra, fece una grande festa. Ora, mentre gli sposi stavano in tresca tra loro, affacciatasi Zezolla a un terrazzino di casa sua, una colombella, volata sopra un muro, le disse: “Quando ti viene voglia di qualcosa, mandala a chiedere alla colomba delle fate nell’isola di Sardegna, ché l’avrai subito”.
La nuova matrigna per cinque o sei giorni soffocò di carezze Zezolla, facendola sedere al miglior posto a tavola, dandole il miglior boccone, mettendole i migliori vestiti. Ma, passato a mala pena un poco di tempo, mandato a monte e scordato completamente il favore ricevuto, (oh, triste l’anima che ha cattiva padrona!) cominciò a mettere in bella mostra sei figlie sue, che fino ad allora aveva tenuto segrete e, tanto fece con il marito che, prese in grazia le figliastre, gli cadde dal cuore la figlia propria, tanto che, pèrdici oggi manca domani, successe che si ridusse dalla camera alla cucina e dal baldacchino al focolare, dai lussi di seta e d’oro agli stracci, dagli scettri agli spiedi, né solo cambiò stato, ma perfino il nome, e da Zezolla fu chiamata Gatta Cenerentola.
Avvenne che il principe, dovendo andare in Sardegna per faccende necessarie al suo stato, domandò a una per una a Imperia Calamita Fiorella Diamante Colombina Pascarella, che erano le sei figliastre, che cosa volessero che gli portasse al suo ritorno: e chi chiese vestiti da sfoggiare, chi galanterie per la testa, chi belletti per la faccia, chi giocarelli per passare il tempo e chi una cosa e chi un’altra. Per ultimo, quasi per burla, disse alla figlia: “E tu, che vorresti?”
E lei: “Niente altro, se non che mi raccomandi alla colomba delle fate, chiedendo che mi mandino qualcosa; e, se te lo scordi, possa tu non andare né avanti né indietro. Tieni a mente quello che ti dico: arma tua, mano tua”.
Partì il principe, fece gli affari suoi in Sardegna, comprò quanto gli avevano chiesto le figliastre e Zezolla gli uscì di mente. Ma, imbarcatosi sopra a un vascello e facendo vela, la nave non riuscì a staccarsi dal porto, e pareva che fosse frenata dalla remora.
Il padrone del vascello, ch’era quasi disperato, per la stanchezza, si mise a dormire e vide in sogno una fata, che gli disse: “Sai perché non potete staccare la nave dal porto? Perché il principe che viene con voi ha mancato la promessa alla figlia, ricordandosi di tutte tranne che del sangue suo”. Si sveglia il padrone, racconta il sogno al principe, il quale, confuso per la sua mancanza, andò alla grotta delle fate, e, raccomandando loro la figlia, chiese che le mandassero qualcosa. Ed ecco venir fuori della grotta una bella giovane, che sembrava un gonfalone, la quale gli disse che ringraziava la figlia per la buona memoria e che se la godesse per amor suo.
Così dicendo gli diede un dattero, una zappa, un secchiello d’oro e una tovaglia di seta, dicendo che l’uno era per seminare e le altre cose per coltivare la pianta. Il principe, meravigliato di questi doni, si congedò dalla fata e si avviò alla volta del suo paese e, dato a tutte le figliastre quanto avevano chiesto, finalmente consegnò alla figlia il dono che le faceva la fata. La quale, con una gioia che non la teneva nella pelle, piantò il dattero in un bel vaso di coccio; lo zappava, lo innaffiava e con la tovaglia di seta l’asciugava mattino e sera, tanto che in quattro giorni, cresciuto dell’altezza di una donna, ne uscì fuori una fata, dicendole: “Che desideri?”
Zezolla le rispose che qualche volta desiderava di uscire di casa, ma non voleva che le sorelle lo sapessero. Replicò la fata: “Ogni volta che ti fa piacere, vieni vicino al vaso di coccio e dì:

‘ Dattero mio dorato, con la zappetta d’oro t’ho zappato,
con il secchiello d’oro t’ho innaffiato,
con la tovaglia di seta t’ho asciugato: spoglia a te e vesti a me! ‘

E quando vorrai spogliarti, cambia l’ultimo verso, dicendo: Spoglia a me e vesti a te!”

Ora, essendo venuto un giorno di festa ed essendo uscite le figlie della maestra tutte spampanate agghindate impellicciate, tutte nastrini campanellini e collanelle, tutte fiori odori cose e rose, Zezolla corre subito al vaso di coccio e, dette le parole insegnatele dalla fata, fu agghindata come una regina e, posta su una cavalcatura con dodici paggi lindi e pinti, andò dove andavano le sorelle, che fecero la bava alla bocca per le bellezze di questa splendida colomba. Ma, come volle la sorte, capitò nello stesso luogo il re, il quale, visto la straordinaria bellezza di Zezolla, ne restò subito affatturato e disse al servitore più fedele d’informarsi su come poter sapere di questa bellezza, e chi fosse e dove stava.
Il servitore le si mise dietro con la stessa andatura: ma lei, accortasi dell’agguato, gettò una manciata di scudi d’oro, che si era fatta dare dal dattero a questo scopo. Quello, avvistati gli scudi, si dimenticò d’inseguire il cavallo per riempirsi le zampe di quattrini, e lei s’infilò di slancio in casa, dove, spogliatasi come le aveva insegnato la fata, aspettò quelle bruttone delle sorelle, che, per farle dispetto, raccontarono delle tante cose belle che avevano visto.
Nel mentre, il servitore tornò dal re e raccontò il fatto degli scudi; e quello, invaso da una rabbia grande, gli disse che per quattro quattrini cacati aveva venduto il piacer suo e che a qualsiasi costo, alla prossima festa, avrebbe dovuto cercare di sapere chi fosse la bella giovane e dove si nascondesse questo bell’uccello. Arrivò l’altra festa e, uscite le sorelle tutte apparate ed eleganti, lasciarono la disprezzata Zezolla vicino al focolare; e lei subito corre dal dattero e, pronunciate le solite parole, ecco che uscirono un gruppo di damigelle.Chi con lo specchio, chi con la carafella d’acqua di zucca, chi con il ferro dei riccioli, chi con il panno del rosso, chi con il pettine, chi con le spille, chi con i vestiti, chi con il diadema e le collane e, fattala bella come un sole, la misero su una carrozza a sei cavalli, accompagnata da staffiere e da paggi in livrea e, arrivata nello stesso luogo dove c’era stata l’altra festa, aggiunse meraviglia al cuore delle sorelle e fuoco al petto del re. Ma, andatosene di nuovo e andatole dietro il servo, per non farsi raggiungere gettò una pugno di perle e gioielli e, mentre quell’uomo dabbene si fermò a beccarsele, che non era cosa da perdere, essa ebbe il tempo di arrivare a casa e di spogliarsi come al solito. Il servitore tornò mogio mogio dal re, il quale disse: “Per l’anima dei morti miei, se tu non la trovi, ti assesto una bastonatura e ti darò tanti calci in culo per quanti peli hai nella barba”.
Arrivò l’altra festa e, uscite le sorelle, lei tornò dal dattero e, continuando la canzone fatata, fu vestita superbamente e posta dentro a una carrozza d’oro, con tanti servi attorno che pareva una puttana sorpresa al passeggio e attorniata dagli sbirri. E, andata a far invidia alle sorelle, se ne partì, e il servo del re si cucì a filo doppio alla carrozza. Essa, vedendo che le era sempre alle costole, disse: “Sferza, cocchiere!”, ed ecco la carrozza si mise a correre con tanta furia e fu così precipitosa la corsa che le cascò una pianella; e non si poteva vedere più bella cosa.
Il servitore, che non riuscì a raggiungere la carrozza che volava, raccolse la pianella da terra e la portò al re, raccontandogli quanto gli era successo. E lui, presala in mano, disse:
“Se le fondamenta sono così belle, cosa sarà la casa? O bel candeliere, dove è stata la candela che mi strugge! O treppiede della bella caldaia, dove bolle la mia vita! O bei sugheri attaccati alla lenza d’Ammore, con cui ha pescato quest’anima! Ecco, io vi abbraccio e vi stringo e, se non posso arrivare alla pianta, adoro le radici e, se non posso avere i capitelli, bacio i basamenti! Già siete stati cippi di un bianco piede, ora siete tagliole di un cuore nero. Per voi era alta un palmo e mezzo di più colei che tiranneggia questa vita e per voi cresce altrettanto di dolcezza questa vita, mentre vi guardo e vi posseggo”
Così dicendo chiama lo scrivano, comanda il trombettiere e tu tu tu fa lanciare un bando: che tutte le femmine della città vengano a una festa pubblica e a un banchetto, che si è messo in testa di fare. E, venuto il giorno stabilito, oh bene mio: che masticatorio e che cuccagna che si fece! Da dove vennero tante pastiere e casatielli? Da dove li stufati e le polpette? Da dove i maccheroni e i ravioli? Tanta roba che ci poteva mangiare un esercito intero. Arrivarono tutte le femmine, e nobili e ignobili e ricche e pezzenti e vecchie e giovani e belle e brutte e, dopo aver ben pettinato, il re, fatto il prosit, provò la pianella a una per una a tutte le convitate, per vedere a chi andasse a capello e a pennello, tanto che potesse conoscere dalla forma della pianella quella che andava cercando. Ma, non trovando piede che ci andasse a sesto, stava a disperarsi. Tuttavia, dopo aver zittito tutti, disse: “Tornate domani a fare un’altra volta penitenza con me. Ma, se mi volete bene, non lasciate nessuna femmina in casa, sia chi sia”
Disse il principe:”Ho una figlia, ma fa sempre la guarda al focolare, perché è disgraziata e da poco e non merita di sedere dove mangiate voi”
Disse il re: “Questa sia in testa alla lista, perché così mi piace”
Così partirono e il giorno dopo tornarono tutte e, insieme con le figlie di Carmosina, venne Zezolla, e il re, non appena la vide, ebbe come l’avvertimento che fosse quella che desiderava, tuttavia abbozzò. Ma, finito di sbattere i denti, si arrivò alla prova della pianella, che non s’era neppure accostata al piede de Zezolla, che si lanciò da sola al piede di quel coccopinto d’Amore, come il ferro corre alla calamita. Vista la qual cosa il re, corse a stringerla forte tra le braccia e, fattala sedere sotto il baldacchino, le mise la corona in testa, comandando a tutte che le facessero inchini e riverenze, come alla loro regina. Le sorelle vedendo ciò, piene di rabbia, non avendo lo stomaco di sopportare lo scoppio del loro core, se la filarono quatte quatte verso la casa della mamma, confessando a loro dispetto che

è pazzo chi contrasta con le stelle.

 

ED Ecco la versione Originale:

 

 Saperrite donca che era na vota no prencepe vidolo, lo quale aveva na figliola accossì cara che no vedeva ped autro uocchio; a la quale teneva na maiestra princepale, che la ‘nmezzava le catenelle, lo punto ‘n aiero,’ li sfilatielle e l’afreco perciato, rnonstrannole tant’affezzione che non s’abbasta e dicere. Ma, essennose ‘nzorato de frisco lo patre e pigliata ne focoliata marvasa e ‘miciata de lo diantane, commenzaie sta mardetta femmena ad avere ‘n savuorrio la figliastra, facennole cere brosche, facce storte, uocchie gronnuse de farela sorreiere, tanto che la scura peccerella se gualiava sempre co la maiestra de li male trattamiente che le faceva la matreia, dicennole: «0 dio, e non potisse essere tu la mammarella mia, che me fai tante vruoccole e cassesie?».
E tanto secotaie e fare sta cantelena che, puostole no vespone e l’aurecchie, cecata da mazzamauriello, le disse na vota: « Se tu vuoi fare a muodo de sta capo pazza, io te sarraggio mamma e tu me sarrai cara comm’a le visciole de st’uocchie». Voleva secotiare a dicere quanno Zezolla (che cossì la figliola aveva nomme) disse: «Perdoname, si te spezzo parola ‘n mocca. Io saccio ca me vuoi bene, perzò zitto e zuffecit: ‘nmezzame l’arte, ca vengo da fore, tu scrive io firmo».
«Ora susso», leprecaie la maiestra, «siente
buono, apre l’aurecchie e te venerà lo pane ianco comm’a li shiure. Comme
esce patreto di’ a matreiata ca vuoi no vestito de chille viecchie che
stanno drinto lo cascione granne de lo retretto, pe sparagnare chisto che
puorte ‘n cuollo. Essa, che te vo’ vedere tutta pezze e peruoglie, aprerà
lo cascione e dirrà:” Tiene lo copierchio. E tu, tenennolo, mentre iarrà
scervecanno pe drinto, lassalocadere de botta, ca se romparrà lo cuollo.
Fatto chestotu sai ca patreto forria moneta fauza pe contentarete e tu,
quanno te fa carizze, pregalo a pigliareme pe mogliere, ca viata te, ca
sarrai la patrona de la vita mia».
‘Ntiso chesto Zezolla le parze ogn’ora mill’anne e, fatto compritamente lo conziglio de la maiestra, dopo’ che se fece lo lutto pe la desgrazia de la matreia, commenzaie a toccare li taste a lo patre, che se ‘nzorasse co la maiestra. Da principio lo prencepe lo pigliaie a burla; ma la figliola tanto tiraie de chiatto fi’ che couze de ponta, che a l’utemo se chiegaie a le parole de Zezolla e pigliatose Carmosina, ch’era la maiestra, pe mogliere fece na festa granne.
Ora, mentre stavano li zite ‘n tresca, affacciatase Zezolla a no gaifo de là casa soia, volata ne palommella sopra no muro, le disse: “Quanno te vene golio de quarcosa, mannal’ addémannare ala palomma de le fate a l’isola de Sardegna, ca l’averrai subeto ».
La nova matreia pe cinco o seie iuorne affummaie de carizze a Zezolla, sedennola a lo meglio luoco de la tavola, dannole lo meglio muorzo, mettennole li meglio vestite; ma, passato a mala pene no poco de tiempo, mannato a monte e scordato affattode lo servizio receputo (oh, trista l’arma c’ha mala patrona!) commenzaie a mettere ‘mpericuoccolo seie figlie soie, che fi’ n tanno aveva tenuto secrete; e tanto fece co lo marito, che receputo ‘n grazia le figliastre le cadette da core la figlia propia, tanto che, scapeta oie manca craie, venne a termene che se redusse da la cammara a la cocina e da lo vardacchino e lo focolare, da li sfuorge de seta e d’oro a le mappine, da le scettre a li spite, né sulo cagnaie stato, ma nomme perzi’, che da Zezolla fu chiammata Gatta Cennerentola.
Soccesse c’avenno lo prencepe da ire ‘n Sardegna pe cose necessarie a lo stato suio, dommannaie una ped una a ‘Mperia Calamita Shiorella Diamante Colommina Pascarella, ch’erano le seie figliastre, che cosa volessono che le portasse a lo retuorno: e chi le cercaie vestite da sforgiare, chi galantarie pe la capo, chi cuonce pe la faccia, chi iocarielle pe passare lo tiempo e chi na cosa e chi n’autra. Ped utemo, quase pe delieggio, disse a la figlia: «E tu, che vorrisse?». Ed essa: «Nient’autro, se non che me raccommanne a la palomma de le fate, decennole che me manneno quarcosa; e si te lo scuorde non puozze ire né ‘nanze né arreto.
Tiene a mente chello che te dico: arma toia, maneca toia». Iette lo prencepe, fece li fatte suoie ‘n Sardegna, accattaie quanto l’avevano cercato le figliastre e Zezolla le scie de mente; ma, ‘nmarcatose ‘ncoppa a no vasciello e facenno vela, non fu possibele mai che la nave se arrassasse da lo puorto e pareva che fosse ‘mpedecata da la remmora.
Lo patrone de lo vasciello, ch’era quese desperato, se pose, pe stracco. a dormire e vedde ‘n suonno na fata, che le disse: « Sai perché non potite scazzellare la nave da lo puorto? perché lo prencepe che vene con vui ha mancato de promessa a la figlia, allecordannose de tutte fora che de lo sango propio». Se sceta lo patrone, conta lo suonno a lo prencepe, lo quale, confuso de lo mancamiento c’aveva fatto, ieze a la grotta de le fate, e, arrecommannatole la figlia, disse che le mannassero quarcosa.
E ecco scette fora da la spelonca na bella giovane, che vedive no
confalone, la quale le disse ca rengraziava la figlia de la bona memoria e che se gaudesse ped ammore suio: cossì decenno le dette no dattolo, na zappa, no secchietiello d’oro e na tovaglia de seta, dicenno che l’uno era pe pastenare e l’autra pe coltevare la chianta. Lo prencepe maravigliato desto presiento se lecenziaie da la fato a la vota de lo paiese suio e, dato a tutte le figliastre quanto avevano desiderato, deze finalmente a la figlia lo duono che le faceva la fata.
La quale, co na preiezza che non capeva drinto la pella, pastenaie lo dattolo a na bella testa, lo zappoleiava, adacquava e co la tovaglia de seta matino e sera l’asciucava, tanto che ‘n quatto iuorne cresciuto quanto è la statura de na femmena ne scette fora na fata, dicennole: “Che desidere?”.
Alla quale respose Zezolla che desiderava quarche vota de scire fora de
casa, né voleva che le sore lo sapessero. Leprecaie la fata:
“Ogne vota che t’è gusto, vieni a la testa e dì:

Dattolo mio ‘naurato,
co la zappetella d’oro t’aggio zappato,
co lo secchietiello d’oro t’aggio adacquato,
co la tovaglia de seta t’aggio asciuttato;
spoglia a te e vieste a me!

E quanno vorrai spogliarete, cagna l’utemo vierzo, decenno: Spoglia a me e vieste a te! “. Ora mo, essenno venuta la festa e sciute le figlie de la maiestra tutte spampanate sterliccate ‘mpallaccate, tutte zagarelle campanelle e scartapelle, tutte shiure adure cose e rose, Zezolla corre subeto a la testa e, ditto le parole ‘nfrocicatole da la fata, fu posta ‘n ordene comme na regina e, posta sopra n’acchinea con dudece pagge linte e pinte, iette addove ievano le sore, che fecero la spotazzella pe le bellezze de sta penta palomma.
Ma, comme voze la sciorte, venette a chillo luoco stisso lo re, lo quale, visto la spotestata bellezza de Zezolla, ne restaie subeto affattorato e disse a no servetore chiù ‘ntrinseco che se fosse ‘nformato come potesse ‘nformare sta bellezza cosa, e chi fosse e dove steva.
Lo servetore a la medesema pedata le ieze retomano: ma essa, adonatose dell’agguaito, iettaie na mano de scute ricce che s’aveva fatto dare da lo dattolo pe chesto effetto. Chillo, allummato li sbruonzole, se scordaie de secotare l’acchinea pe ‘nchirese le branche de fellusse ed essa se ficcaie de relanzo a la casa, dove, spogliata che fu comme le ‘nmezzaie la fata, arrivero le scerpie de le sore, le quale, pe darele cottura, dissero tante cose belle che avevano visto.
Tornaie fra sto miezo lo servitore a lo re e disse lo fatto de li scute; lo quale, ‘nzorfatose co na zirria granne, le disse che pe quatto frisole cacate aveva vennuto lo gusto suio e che in ogne cunto avesse, l’autra festa, procurato de sapere chi fosse la bella giovane e dove s’ammasonasse sto bello auciello.
Venne l’autra festa e, sciute le sore tutte aparate e galante, lassaro la desprezzata Zezolla a lo focolaro; la quale subeto corre a lo dattolo e, ditto le parole solete, ecco scettero na mano de dammecelle: chi co lo schiecco, chi co la carrafella d’acqua de cocozze, chi co lo fierro de li ricce, chi co la pezza de russo, chi co lo pettene, chi co le spingole, chi co li vestite, chi co la cannacca e collane e, fattala bella comme a no sole, la mesero a na carrozza e seie cavalle, accompagnata da staffiere e da pagge de livrera e, ionta a lo medesemo luoco dove era stata l’autra festa, agghionze maraviglia a lo core de le sore e fuoco a lo pietto de lo re. Ma repartutase e iutole dereto lo servetore, pe no farese arrivare iettaie na vranca de perne e de gioie, dove, remasose chill’ommo dabene a pizzoliarennelle, ca non era cosa da perdere, essa ebbe tiempo de remmorchiarese a la casa e de spogliarese conforme a lo soleto.
Tornaie lo servetore luongo luongo a lo re, lo quale disse: “Pe l’arma de li muorte mieie, ca si tu non truove chessa, te faccio na ‘ntosa e te darraggio tante cauce ‘n culo quante haie pile a ssa varva”.
Venne l’autra festa e, sciute le sore, essa tornaie a lo dattolo e, continovanno la canzona fatata, fu vestuta soperbamente e posta drinto na carrozza d’oro, co tante serviture atuorno che pareva pottana pigliata a lo spassiggio ‘ntorniata de tammare; e, iuta a fare cannavola a le sore, se partette, e lo servetore de lo re se cosette a filo duppio co la carrozza.
Essa, vedenno che sempre l’era a le coste, disse: “Tocca, cocchiero”, e ecco se mese la carrozza a correre de tutta furia e fu cossì granne la corzeta che le cascaie no chianiello, che non se poteva vedere la chiù pentata cosa. Lo servetore, che non potte iognere la carrozza che volava, auzaie lo chianiello da terra e lo portaie a lo re, dicennole quanto l’era socceduto.
Lo quale, pigliatolo ‘n mano, disse: “Se lo pedamiento è cossì bello, che sarrà la casa? o bello canneliero, dove è stata la cannela che me strude! o trepete de la bella caudara, dove volle la vità! o belle suvare attaccate a la lenza d’Ammore, co la quale ha pescato chest’arma! ecco, v’abbraccio e ve stregno e, si non pozzo arrevare a la chianta, adoro le radeche e si non pozzo avere li capitielle, vaso le vase! già fustevo cippe de no ianco pede, mo site tagliole de no nigro core; pe vui era aiuta no parmo e miezo de chiù chi tiranneia sta vita e pe vui cresce autrotanto de docezza sta vita, mentre ve guardo e ve possedo”.
Cossì dicenno chiamma lo scrivano, commanna lo trommetta e tu tu tu fa iettare no banno: che tutte le femmene de la terra vengano a na festa vannuta e a no banchetto, che s’ha puosto ‘n chiocca de fare. E, venuto lo iuorno destenato, oh bene mio che mazzecatorio e che bazzara che se facette! da dove vennero tante pastiere e casatielle? dove li sottestate e le porpette? dove li maccorune e graviuole? tanto che ‘nce poteva magnare n’asserceto formato. Venute le femmene tutte, e nobele e ‘gnobele e ricche e pezziente e vecchie e figliole e belle e brutte e buono pettenato, lo re, fatto lo profizzio, provaie lo chianiello ad una ped una a tutte le commitate, pe vedere a chi iesse a capillo ed assestato, tanto che potesse canoscere da la forma de lo chianiello chello che ieva cercanno; ma, non trovanno pede che ‘nce iesse a siesto, s’appe a desperare.
Tuttavota, fatto stare zitto ogn’uno, disse: “Tornate craie a fare n’autra vota penetenzia co mico; ma, se mi volite bene, non lasciate nesciuna femmena a la casa, e sia chi si voglia”. Disse lo prencepe: “Aggio na figlia, ma guarda sempre lo focolaro, ped essere desgraziata e da poco e non è merdevole de sedere dove magnate vui “. Disse lo re: “Chesta sia ‘n capo de lista, ca l’aggio da caro”. Cossì partettero e lo iuorno appriesso tornaro tutte e, ‘nsiemme con le figlie de Carmosina venne Zezolla, la quale, subeto che fu vista da lo re, l’ebbe na ‘nfanzia de chella che desiderava, tuttavota semmolaie.
Ma, fornuto de sbattere, se venne a la prova de lo chianiello; ma non tanto priesto s’accostaie a lo pede de Zezolla, che se lanzaie da se stisso a lo pede de chella cuccupinto d’Ammore, comme lo fierro corre a la calamita. La quale cosa vista lo re, corze a farele soppresso de le braccia e, fattola sedere sotto lo vardacchino, le mese la corona ‘n testa, commannanno a tutte che le facessero ‘ncrinate e leverenzie, comme a regina loro. Le sore vedenno chesto, chiene de crepantiglia, non avenno stommaco de vedere sto scuoppo de lo core lloro, se la sfilaro guatto guatto verso la casa de la mamma, confessanno a dispietto loro ca
pazzo è chi contrasta co le stelle

 

Beh spero di aver sollevato la vostra curiosità…se volete qui potrete leggere altre favole tratte sempre dal cunto de li cunti completamente tradotte in italiano, più altre storielle della tradizione italiana.

Che bello sarebbe provare a recitare queste favolette…lo cunto de li cunti…interpretato dai patati…sapete che pariamiento…io l’ho buttata la…se a voi l’idea piace possiamo provarci…un Bacione grande grande a tutti…

7 risposte a Lo cunto de li cunti…overo…lo trattenemiento de peccerille

  1. dott104 scrive:

    Caro Tiger, devo dire che ogni tanto te ne esci con delle perle veramente geniali!

    Conosco abbastanza bene la gatta Cenerentola, ma non sapevo niente del suo autore e di tutto il resto!!! Grazie per aver colmato questa mia grande ignoranza!😀

  2. pisola scrive:

    Mi kiedo ma ai bambini possono mai raccontare come favola prima di andare a dormire ke cenerentola era circondata da tanti che pareva una puttana???😯 e poi questa cosa che il re dice che cenerentola è un bell’uccello😆 mi fa pensare che qualcosa non torna… hihihihi!!!😆
    Cmq sorprendente davvero vedere come gli autori che tanto ci decantano a scuola si scopiazzano peggio delle fiction tra rai e mediaset…😆
    Anche la letteratura è moda prima o poi qualcuno scava qualche pezzo vecchio e lo rinnova.😐
    Cmq ottimo lavoro Tiger come sempre sei attento ai dettagli e per la mia gioia fai post sempre più lunghi…. hihihiih!!!😆
    ps.cmq personalmente preferirei essere chiamata gatta cenerentola che Zezolla:mrgreen:

  3. Power scrive:

    “…e vissero felici e contenti”! Ah, che belle le fiabe!

    Tiger, sei un grande! E’ davvero impressionante la somiglianza tra la Cenerentola (o Zezolla) di Basile e quella di Perrault. Personalmente, ritengo molto affascinante anche notare quanto fosse diverso il dialetto napoletano del XVI secolo: tantissimi termini (ahimé) sono ormai divenuti arcaici e desueti.
    Stupenda è anche la morale (“pazzo è chi contrasta co le stelle”) che racchiude tutta la saggezza di un popolo che aveva imparato a sue spese quanto fosse conveniente non sfidare mai la sorte ma rispettare sempre quanto fosse stato già scritto dal destino. La (ambigua) parola “stelle” con cui si chiude il racconto, perciò, a mio avviso, vuole indicare soprattutto “volere divino”, “volere degli astri”: secondo voi, non è, infatti, proprio Dio il personaggio che si cela dietro la figura del Re?

    Ma proviamo ad interpretare con questa chiave di lettura l’intera vicenda…
    -Non è forse Cenerentola la metafora della condizione umana, servile e sofferente?
    -E il Re non diventa immagine del Dio che accoglie soprattutto gli umili, gli ultimi e i diseredati? Emblematica, a tal proposito è la frase: .
    -La scena del Sovrano che prova con ansia la scarpa ad ogni dama del suo regno non è forse simile a quella della lavanda dei piedi raccontata nei Vangeli?

    Mah,…, insomma, io ci trovo tanti richiami con la sfera religiosa….Magari mi sbaglio, poi chissà?
    Una cosa è certa: Basile era un grande!!!

    PS: se la mettiamo in scena, io voglio fare la protagonista!!!

  4. Power scrive:

    *Sgrunt! sto sito mi taglia i pezzi che scrivo!!!

    ** Emblematica, a tal proposito è la frase: Disse il re: “Questa sia in testa alla lista, perché così mi piace”, simile al discorso di Cristo sulle beatitudini (“Beati voi, poveri, ecc”…)

  5. Chrono81 scrive:

    E dopo la lettura di quest’ottimo post ora esigo sapere da chi ha copiato Basile!!!
    Perchè se c’è una cosa che mi è chiara nel mondo della letteratura e dell’arte in genere è che tutti copiano tutti! Ad esempio Munch ha copiato dal nostro Capone Maior “L’urlo di Pulcinella”:mrgreen:
    Sia aperta la caccia alla prima “vera” Cenerentola!

    P.S. Cmq se volete metterla in scena, io voglio fare il dattero!!!😀

  6. tiger scrive:

    @dott
    non so perchè ma da un fine conoscitore di opere teatrali come te…me l’aspettavo che conoscessi la gatta cenerentola…magari sai la trasposizione fatta da un certo Roberto De Simone
    @pisola
    peronami il mio essermi dilungato troppo…non lo faccio con cattiveria…è a come viene.
    Cmq pure il fatto che Zezolla Ammazza la matrigna chiudendogli la cassapanca sulla noce del collo non lo vedo molto adatto ai bambini…anche se ti ricordo parliamo di bambini del 1600 che erano abituati a ben altro stile di vita
    @fratellocaponemaior
    Non credo che Basile abbia pensato a tutte sti secondi fini mentre scriveva…ma la tua lettura delle cose mi piace un sacco…d’altronde ricordiamo che questa è cultura popolare e il popolo italico ha cmq sempre avuto una fortissima fede cattolica cristiana.
    @Chrono
    Tu sei più portato per la parte del Cachisso…ma nella storia non c’è purtroppo…peccato perchè quel ruolo ti casca a fagiolo

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